Hiroshima è storia, ma non solo

Ancora una volta stiamo lasciando Kyoto e il nostro bellissimo appartamento in stile giapponese, con la musica nelle orecchie stiamo volando con lo shinkansen.
Una piccola parentesi: i treni li abbiamo prenotati non appena siamo arrivati in aeroporto, nonostante questo molte carrozze riservate erano già piene, o addirittura non c’era alcun posto. In questo caso, siamo tutti in sedili e carrozze diverse.
Mi ritrovo un giapponese a cui darei dell’adolescente (ma in verità è molto difficile dare un’età), che trattiene le lacrime (male) perché ha appena salutato la sua morosa. Sembra la scena di un film. Alla mia destra invece, un anziano signore dall’aria gentile, che si è portato le ciabatte da casa per stare più comodo in treno.

Passo il viaggio mangiando Poky e sorseggiando succo dal sapore indecifrabile, con la musica nelle orecchie, per poi scoprire che si trattava di prugna e pesca. La giornata è parecchio uggiosa, ma decisamente in tema con la prima tappa di oggi: Hiroshima.

Foto di Gianluca Guetti

In questa città sono stata solo un pomeriggio, infatti mi oriento con difficoltà: basta uscire dalla parte opposta della stazione che perdo anche quei pochi punti di riferimento che avevo. Ma poco importa, grazie alla collaborazione dei miei compagni di viaggio, saliamo su un autobus turistico sul quale vale il JRP, che ci porta direttamente alla cupola della bomba atomica, toccando tutti i punti di maggior interesse.
Vedere il memoriale è un must, seppur già visitato, non si può non fermarsi a contemplare una storia così sentita e importante, che ogni volta lascia i brividi.

Il cielo è grigio, la gente tanta. Eppure si sente nell’aria il rispetto per quello che è stato, l’energia che il complesso emana.
A parte alcuni turisti che si fanno i selfie con dietro il memoriale sorridendo. Ecco, loro proprio non li capisco. Non è un tempio dai colori sgargianti, non è un quadro o un bel panorama, è il simbolo di una tragedia, una strage non così lontana.
Il mondo è bello perché è vario, dicono.

Dopo la riflessione del momento, ci dirigiamo a mangiare e optiamo per un localino che fa ramen piccantissimo, Tsukemen ad essere precisi, dove vengono serviti i noodle a parte rispetto al sugo.
Ancora mentre aspettiamo in coda davanti al locale vengono a prendere l’ordinazione, facendoci scegliere su una scala da 1 a 100 il grado di piccantezza. Vi dico solo che io ho scelto 7 ed era più che sufficiente.
Quattro posti al bancone, la vista sulla cucina, cosa che se entrasse mia nonna maniaca del pulito, uscirebbe urlando. Ma il Giappone è anche questo, mai giudicare, girati dall’altra e mangia quello che c’è, sarà sicuramente una sorpresa positiva.

Con le pance piene andiamo a cercare il tram, tra le vie di Hiroshima. Dobbiamo passare un’ora sul mezzo, e i sedili riscaldati (sempre) ci cullano piano piano nel mondo dei sogni.

Riaperti gli occhi, siamo in un Giappone più rurale, con vista oceano.
Stiamo per scendere alla stazione di Miyajimaguchi, dove prenderemo poi il traghetto per l’isola.

Prima però, stop al bar. Lo vogliamo un caffè, quindi azzardiamo l’ordine. Non saprei proprio descrivere quello che da lì a momenti ci sarebbe arrivato, in questo locale fermo agli anni 60, con la vista sul mare. Mi sento tanto in un film, con la tazzina di porcellana dai bordi dorati e cucchiai dalle strane forme. Tracanniamo quello che per loro è caffè (ma d’altronde cosa pretendiamo, noi italiani), e torniamo alla fredda aria umida che ci conduce sulla barca.

Foto di Gianluca Guetti

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